di Nora Figari

– Dopo una serie di travagliati tentativi di formare un governo il primo giugno Giuseppe Conte è diventato il nuovo presidente del consiglio dei ministri della Repubblica Italiana. Nella stessa giornata sono stati resi noti i nomi dei nuovi ministri. Viene nominato ministro dell’istruzione Marco Bussetti, successore di Valeria Fedeli, ministra del governo Renzi.

Bussetti ha 56 anni, è originario di Varese, ed è laureato in scienze motorie. Oltre alla professione di insegnante di ginnastica è anche stato preside, allenatore di basket, ed ha lavorato presso le Università paritarie di Milano e di Pavia. Nell’aprile 2015 era stato nominato dirigente dell’Ufficio scolastico regionale della Lombardia.
Il neoministro dell’istruzione si era in passato adoperato per l’aumento delle ore di ginnastica nelle scuole, e della sua posizione politica sappiamo solo che è simpatizzante leghista.

Ma per capire ciò che il nuovo governo ha in serbo per la scuola bisogna andare a leggere nel ‘Contratto per il governo del cambiamento’ redatto da Luigi di Maio e Matteo Salvini.
Riguardo alla scuola viene innanzitutto espressa la posizione di critica nei confronti della riforma della “Buona Scuola” di Renzi, e viene definito necessario un intervento sul fenomeno delle “classi pollaio”, dell’edilizia scolastica, delle graduatorie e titoli per l’insegnamento.
Vengono considerati fallimenti della “Buona Scuola” la possibilità della “chiamata diretta” dei docenti da parte dei dirigente scolastico che non è quasi mai stata attuata come previsto.
L’alternanza-scuola lavoro viene ritenuta dal nuovo governo un sistema inefficace, con studenti impegnati in attività che nulla hanno a che fare con l’apprendimento, anche se il ministro Bussetti l’aveva definita durante un’intervista “un’ottima legge” dicendo che in provincia di Milano è stata molto partecipata.

L’impressione è che il tema dell’istruzione non sia tra le priorità del nuovo governo del cambiamento, infatti nel suo discorso di insediamento Giuseppe Conte gli ha riservato solo poche parole. La scuola dovrebbe però essere al centro del dibattito politico dato che la formazione delle nuove generazioni è alla base dello sviluppo e del miglioramento del paese e del mondo.