di Federico Pichetto

– Come si fa in queste ore, in questi momenti, a non pensare alle decine di parenti ed amici che stanno lí – minuto dopo minuto – ad ascoltare nell’ospedale di Pescara i nomi dei superstiti della valanga del 18 gennaio e non sentono il nome dei loro cari?

Come si fa a non pensare al loro dolore, a non chiedersi “perchè loro e non gli altri”? La felicità di Rigopiano è una felicità giusta e al contempo amara. Come è possibile non essere commossi fino alle lacrime per quei bambini vivi, sopravvissuti, che chiedono biscotti o sono solo impazienti di sapere se possono andare a sciare? Ma come è possibile dimenticare che molti di quei bambini potrebbero non avere più un padre o una madre e che molti altri potrebbero invece essere morti? Non ci sono analisi, spiegazioni, opinioni che tengano dinnanzi al Mistero della vita, dinnanzi ad una vita che è data e ad un’altra che è tolta.

Resta solo la voglia di piangere perché tutti – chi più chi meno – avvertiamo che vivere non è un diritto, ma è un dono che potrebbe non esserci. La paura del male e il dolore per la morte non sono curabili con le nostre teorie o i nostri processi. A Rigopiano chi piange e chi sorride ha solo bisogno di un abbraccio, di non sentirsi solo. A ben vedere tutti ne abbiamo bisogno perché la solitudine, il terrore di perdere l’amore, è la grande angoscia che attraversa più o meno consapevolmente tutta la nostra vita.

Eppure oggi, sotto la neve e sotto la valanga, abbiamo visto che la vita – unica e misteriosa – continua ad esserci e a resistere. Ed è proprio questo che ci incuriosisce: quella voglia di vivere che nessun male ci può togliere da addosso e che – nel giorno del miracolo – diventa la domanda della nostra esistenza. Perché noi non sappiamo niente del nostro destino. Sappiamo solo che ha tremendamente bisogno di non essere lasciato solo, di essere amato, di ricevere quei biscotti e quell’affetto che – nella loro tenerezza – sono stati il desiderio più vero e più forte di questa giornata.

Non parole di circostanza cerca il nostro cuore, ma semplice – e vera – autenticità. È così che si esce dalla neve, è così che si entra dentro ogni dolore. Anche a Rigopiano, ma forse – e soprattutto – anche dentro la nostra povera e sgangherata vita.