Di Alberto Zali

– “Il mare ha questa capacità; restituisce tutto dopo un po’ di tempo, specialmente i ricordi”. Carlos Ruiz Zafon, Le luci di settembre

Ma cosa accade quando il mare non restituisce ricordi, ma dimenticanze? Abbiamo sperato che il dolore vissuto ci rendesse più saggi. Ci siamo convinti che oltre tutta la sofferenza fossimo noi, con le nostre speranze, a ridare significato alle cose. Ma ci siamo dimenticati che quelle cose un nome già ce l’hanno.

Il mare, ad esempio, abbiamo deciso arbitrariamente che restituisse i ricordi. È stata la nostra pretesa di potere: la natura restituisce un nostro prodotto. Certo, è il punto di vista di un poeta, di uno scrittore e sognatore. Ci sono poi gli ecologisti – loro ci forniranno una prospettiva scientifica e sicuramente più attendibile – che nella furia della natura scorgono (in parte a ragione) i fuochi di una ribellione contro le prevaricazioni e la superbia umana: se il mare esonda è perché l’uomo, inquinando, ha alterato a tal punto l’equilibrio climatico. Gli ecologisti, tuttavia, si limitano a spostare il problema mantenendo inalterato il focus: l’uomo. Non possiamo farne loro una colpa: quattro secoli fa il “cogito ergo sum” ha convinto la maggior parte dei pensatori che la verità fosse racchiusa in noi. L’idealismo ha fatto ancora peggio, riducendo la realtà ad un surrogato del pensiero. Così se il mare esonda è, secondo i poeti, per l’uomo; secondo gli ecologisti, a causa dell’uomo.

Peccato che il mare sia sempre esondato. Molti di noi non lo possono ricordare, poiché all’epoca della Grande Guerra neppure i nostri nonni erano ancora nati e questo genere di eventi non viene riportato nei libri di storia, ma le pagine di storia locale testimoniano una terribile alluvione che nel settembre del 1915 mise in ginocchio Rapallo e Santa Margherita. La natura non è in nostro potere: con le nostre azioni possiamo solo cercare di limitare (anche se spesso finiamo per aumentare) i danni, mai di controllarla. Questi tragici eventi ce lo ricordano. Agiscono inconsciamente, senza che ce ne rendiamo conto.

Lunedì 29 ottobre, le strade di Rapallo e Santa Margherita sono fiumi che si potrebbe navigare – letteralmente, non è il caso di usar metafore, considerando che gli yacht si sono staccati dagli ormeggi e hanno iniziato a vagare costeggiando la passeggiata. Foucault in “Sorvegliare e punire” aveva descritto strade, marciapiedi, cartelli stradali e linee di parcheggio come i più efficaci sistemi di potere e di controllo sulla popolazione, in quanto in grado stabilire un ordine non-oppressivo in cui agire. Beh quell’ordine in questo momento è ricoperto da fango. I locali e le attività commerciali che davano sulla passeggiata sono inghiottiti dall’acqua. Abbiamo paura. Siamo disperati per i danni economici che tutto ciò comporterà. Eppure, ne siamo terribilmente affascinati. Molti di noi non riescono a starsene con le mani in mano in casa, hanno bisogno di uscire e di andare a vedere coi propri occhi. La natura ci ricorda che c’è qualcosa oltre il nome che noi diamo alle cose, che noi non siamo Dio – e in un certo senso ci solleva per un momento da questa responsabilità.

Siamo tutti senza parole. Non c’è più nulla al cui confronto noi possiamo stupirci della nostra impotenza se non la nostra impotenza stessa. Il mare ci restituisce ciò che abbiamo dimenticato: la nostra fragilità, il nostro non-essere Dio, ma anche il nostro essere uomini.