Di Alberto Zali
– Il test di medicina verrà abolito, sì, ma non nell’immediato. Spunta nel comunicato di Palazzo Chigi di lunedì sera un riferimento al numero chiuso per il test di ingresso a medicina ed è subito caos. Nessuno si sarebbe d’altronde aspettato che il provvedimento, effettivamente coerente con la linea del ministro Bussetti, venisse già incluso nella nuova legge di bilancio. Nemmeno il ministro dell’istruzione, che si mostra basito di fronte ai giornalisti che gli chiedono chiarimenti, e sostiene di essere del tutto all’oscuro di tale disposizione. Possibile dunque una presa di posizione forte da parte del ministro degli interni Matteo Salvini, che più volte si era detto contrario al test. Ad ogni modo, Palazzo Chigi, caduto nell’occhio del ciclone, si trova costretto a ritrattare: il provvedimento verrà preso, ma non nel breve termine, e sicuramente dopo aver raggiunto accordi logistici con le università.

Un’Italia di medici o di disoccupati?

Il numero delle matricole che ogni anno si iscrivono a Medicina, volendo fare una stima, si aggira intorno ai diecimila studenti, circa 1/7 rispetto a quelli che tentano il test. La facoltà è sicuramente selettiva, ma entrare non è impossibile. Il problema viene dopo: sei anni di studi ed esami da 12 crediti mettono sicuramente alla prova; il percorso non finisce poi con la laurea, ma prevede un periodo di tirocinio, esame di stato e infine, nella maggior parte dei casi, una specializzazione. Tutto sommato però, volendo ragionare in termini esclusivamente utilitaristici – cosa che sconsiglio a tutti gli aspiranti medici, anni di studio ripagano con un lavoro sicuro e ben retribuito. Almeno questo è quello che pensa la maggior parte delle persone, poiché secondo la FNOMCEO (federazione nazionale degli ordini di questa categoria) i medici non attivi e quindi di fatto disoccupati conterebbero tra i 20 e i 25 mila laureati, per non parlare degli 8 mila medici precari. Sarebbero 9 mile i dottori in medicina che invece ancora non hanno accesso ad una borsa di specialità.
Ora provate a moltiplicare questi numeri per sette: otterrete un risultato compreso tra i 140 e i 175 mila disoccupati, 56 mila precari e 63 mila dottori in attesa di potersi specializzare. È un semplice calcolo di probabilità, che non tiene conto di quanti studenti si laureerebbero annualmente qualora il numero chiuso fosse abolito, tuttavia è a mio avviso molto utile per tratteggiare il probabile esito di tale disposizione.
Questo senza contare che molte altre facoltà (soprattutto umanistiche) rischiano di assistere ad un notevole calo di iscritti (tutti quei ragazzi che non passando il test di medicina sceglievano una “via più facile”), già non molto numerosi. Matematicamente, molte facoltà non potrebbero far altro che chiudere. Le conseguenze non tarderebbero ad arrivare: morte delle non-scienze umanistiche, ulteriore boost negativo alla disoccupazione.

Quantità o qualità? 

Vista l’impossibilità a rilasciare decine di migliaia di diplomi di medicina ogni anno, si è pensato a nuovi metodi selettivi. Fra questi, il più quotato è quello francese, che non prevede un test di ingresso, ma un esame di sbarramento al secondo anno: insomma una soluzione già più ragionevole. Il problema è qui di carattere logistico: vi sono abbastanza aule per accogliere 60 mila studenti in più ogni anno? Probabilmente no, ma le aule in qualche modo si ricavano. Vi sono abbastanza docenti per garantire ad ogni studente una buona preparazione in vista dell’esame di sbarramento? Probabilmente no, e l’assunzione di nuovi docenti costituisce uno scoglio decisamente più difficile da sormontare, soprattutto se già ogni anno vengono tagliati i fondi alle università e alla ricerca. Questo primo anno all’università di medicina rischia quindi di essere perso dietro ai banchi a non imparare nulla. Ci sono abbastanza laboratori dove fare esperienza pratica? Perché il percorso per diventare medico non comprende soltanto la lettura di testi di anatomia o farmacologia, ma soprattutto stage e tirocini!
Ammettiamo che in qualche modo le università italiane riescano a far fronte ad ogni problematica di tipo logistico – e questo non è possibile senza ingenti investimenti – siamo sicuri che ne trarremo qualche valore aggiunto? Come in Hobbes l’omnium ius in omnia si concretizzava nella negazione di ogni diritto individuale, il fatto che la possibilità di studiare medicina venga estesa ad un numero di studenti che le università italiane non riescono materialmente ad assorbire costituisce un impedimento per quei pochi meritevoli in grado di passare il test di ricevere una preparazione adeguata. 

Un provvedimento anti-etico:

L’abolizione del test di medicina rispecchia la necessità che l’uomo postmoderno ha di vedere soddisfatto il proprio narcisismo. L’uomo postmoderno rifiuta la concezione di limite e vede il feedback come totalmente negativo, in quanto impedisce il conseguimento di un “godimento illimitato” (affermare che un test di ingresso limiti la creatività del singolo e privi del diritto allo studio è solo una strategia di coping adottata dai più).

In un mondo così complesso, abbiamo tuttavia un incessante bisogno di ricevere feedback, in primis per capire se sia giusto o meno perseverare nelle nostre attività. Il limite, volendo citare Hegel, è “travaglio del negativo”, indispensabile a migliorarci e a capire dove possiamo gettare solide basi per costruire il nostro futuro. Senza fare esperienza del limite, non sapremo mai se stiamo “agendo bene” oppure se stiamo solo perdendo tempo. In conclusione, l’università non dovrebbe essere una perdita di tempo che rimanda l’incontro col reale e col mondo del lavoro, ma un luogo dove le persone hanno l’opportunità di arricchire le proprie conoscenze per arrivare sul mondo del lavoro più preparate.

Nessun diritto allo studio viene violato attraverso un test d’ingresso: il vero studio, che non può esserci negato, salvo ipotizzare scenari apocalittici quali l’ucronia di Bradbury in Fahrenheit 451, è quello che facciamo al di fuori dall’ambiente accademico. Anzi, dirò di più, è proprio il test d’ingresso che ci garantisce il diritto allo studio accademico, fornendoci un feedback che ci aiuti riflettere sulle nostre predisposizioni. Probabilmente, dovrebbero esserci più esami di ammissione, più limiti che ci spingano crescere e non rimandino il nostro incontro con la realtà.