Di Alice Bafico

– Domenica sera si è – finalmente – consumato il Derby della Lanterna. Finalmente
perché, da almeno una settimana a questa parte, se non di più, social, chat e
gruppi whatsapp sono stati intasati da immagini, frasi e video dei tifosi delle due squadre, anche quelli di chi non è tifoso.
D’altronde si sa, il Derby di Genova è magico e l’atmosfera che lo precede è adrenalinica, sia in città che in tutta la regione; si direbbe quasi che piace più festeggiarlo aspettandolo che guardarlo in diretta allo stadio.
Lo stadio – il Marassi – dove domenica sera in migliaia sono rimasti in sospeso fino all’ultimo minuto di recupero, sperando che la situazione potesse sbloccarsi, in un
modo o nell’altro.
E invece l’arbitro ha fischiato sull’1-1, giocatori negli spogliatoi e tifosi a casa, si
resta in sospeso anche qua.
Anche qua perché Genova è ormai la città sospesa d’Italia, dal 14 agosto di quest’anno; da quasi 4 mesi Genova è spezzata, dilaniata, divisa nel centro del suo
cuore, nella viabilità che collega Levante a Ponente, la strada che ci univa tutti.
L’estate è finita prima a Genova, la gioia e la spensieratezza sono state sostituite
prima dall’incredulità, poi dal lutto e infine dallo stallo dell’indifferenza: la voragine
che sovrasta il Polcevera è sempre lì, sospesa per aria, pronta a far svegliare completamente tutti i pendolari che prendono il treno presto al mattino, se mai gli
venisse in mente d’inclinare la testa a destra superata la Stazione di Sampierdarena.
Non so se ci siamo resi conto davvero della gravità di ciò che è successo e delle conseguenze a cui, genovesi e non, stanno imparando ad abituarsi. Il disagio di un’intera città paralizzata, che ha dovuto ristabilire da zero la viabilità per cercare di
non implodere al traffico continuo e accumulato in ogni direzione, è solo il problema
alla superficie, la punta dell’iceberg. Al dì sotto, ci sono le vite spezzate che il ponte
si è portato con sé nella caduta, le famiglie disperate che hanno dovuto abbandonare le loro case, i lavoratori che operavano proprio al dì sotto di quel viadotto, e mille altre persone che – in un modo o nell’altro – si sono sentiti coinvolti
da questa tragedia.
Ci sono io, che ci passavo di rado ma che comunque se pensavo all’aeroporto di Genova associavo in automatico l’immagine del Ponte Morandi; c’è mio padre, che
tutte le mattine della sua vita da vent’anni a questa parte, vi transitava alle 7 del mattino per andare al lavoro; c’è la mia miglior amica, che proprio quel giorno avrebbe dovuto percorrerlo per andare in montagna con il fratello. E così ci sono
altre migliaia di persone, di esseri umani, con un volto e un cuore, che noi possiamo anche non conoscere ma che esistono.
Se iniziassimo a riferirci a loro, a noi, quando parliamo di eventi del genere, prima
di pensare a chi dare la colpa, ai soldi che serviranno per smontare e rifare tutto, a quale governo attribuire la responsabilità, oggi di Genova non si parlerebbe solo del  Magico Derby o della vittoria in parlamento per il Decreto Genova. Che poi, vittoria
di chi? per chi?
Abbiamo una mente e un corpo fatti apposta per pensare, riflettere e agire: siamo
noi i cittadini di questo mondo, siamo noi che ci ritroviamo a vivere queste realtà in
queste condizioni. Non facciamoci scivolare addosso parole, situazioni e  avvenimenti che agli occhi degli altri non sembrano degne di un’azione ma che
invece per noi sono importanti. Smettiamo di pensare con la mente degli altri,  smettiamola di crearci sovrastrutture sulla base delle quali decidere se dire o meno
quella determinata cosa, se fare o meno quella determinata azione.
Sono dell’idea che non ci meritiamo molte delle situazioni in cui lo Stato Italiano si
trova oggi, ma dobbiamo farci sentire, far vedere che non siamo burattini nelle mani
di smaniosi di potere e soldi, non per dimostrare qualcosa a qualcuno, non per
rivalsa, ma per noi e per ciò in cui crediamo.
E se non ci riusciamo, focalizziamo bene nella nostra mente la voragine sospesa
su una città intera, che non sarà la vostra ma che è la casa di qualcuno, e  prefissiamoci come obbiettivo di essere noi a ricostruire quello che manca. Non  lasciamo che il prossimo Aprile ci sia di nuovo la Lanterna in prima pagina e che il
suo faro oscuri ancora il vuoto sul Polcevera.