di Carlotta Desirello

– Genova, notte tra il 28 e il 29 luglio 2017. Adele, una ragazza di sedici anni di Chiavari, si trova tra le vie della città, si accascia improvvisamente sentendosi male. È così che la sua vita si spegne, sotto effetto di Mdma, una potente metanfetamina, una “droga da sballo”. Si sarebbe trovata insieme a dei suoi amici, uno dei quali il suo ragazzo, e un pusher. Stando alle dichiarazioni dei ragazzi riportate dai mezzi di stampa era la prima volta che assumevano questa droga, ma per la nostra coetanea dopo quella notte sarà anche l’ultima, siccome non avrà mai più la possibilità di ridere, piangere, soffrire, sognare, amare, odiare, ascoltare e osservare il mondo da persona che ne è parte, respirando e vivendo.

Possiamo e dobbiamo giustamente continuare a sensibilizzarci sulle conseguenze della droga per imparare a prenderne le distanze, ma in questi casi dobbiamo ricordarci che la droga è solo un mezzo: un mezzo per sentirsi al limite e guardare la morte in faccia, per dare un senso a una vita che non lo ha, che non lo ha almeno per chi la vive, per tanti di noi che la viviamo. Tra di noi alla fine ci si conosce un po’ tutti, siamo una realtà di periferia e si dice che Adele fosse cosciente di rischiare molto comportandosi in quel modo, ma a prescindere da questi forse quel molto per lei non aveva un vero significato.

I commenti relativi a questi fatti si concentrano sulla brutta strada a cui il gruppo che frequentava l’avrebbe condotta o sul fatto che sarebbe dovuta stare alla larga da loro e dagli estranei, ma anche ragazzi e ragazze che la frequentavano oggi si chiedono come sia possibile che abbia buttato via la sua vita, dal momento che appariva così forte, tranquilla e a tratti felice. Nel suo sguardo, nei suoi atteggiamenti, c’era però, secondo i racconti di alcuni, una nota di tristezza, che caratterizzava un’adolescente che probabilmente si sentiva sola al mondo, incompresa, ma che non era mostrata perché forse riteneva che nessuno si sarebbe potuto davvero interessare a lei. Mettere la sua vita a rischio, forse dunque, era l’unico modo per provare qualcosa di diverso dal nulla che sentiva tutti i giorni a causa del dolore che la lacerava e che aveva smesso di provocarle male; dentro se stessa aveva già iniziato a morire come dentro di noi tanti hanno già iniziato a morire.

Se non ci fosse stata la droga, forse ci sarebbe stato qualcos’altro per cui, se si vuole davvero – come si dice – “salvare” le persone bisogna imparare a osservare prima di giudicarle, di farsi un’idea precisa di chi ci sta davanti, bisogna imparare a non scegliere di ignorare una persona perché a prima vista sembra antipatica; prima di rispondere male, o addirittura di far soffrire, bisogna stare attenti e cercare la nota di debolezza nel viso di una persona apparentemente forte e non accontentarsi di quello che ci mostra, ma interessarsi e andare più a fondo.

Nonostante tutto, Adele aveva anche persone che le volevano bene, che ora stanno piangendo per lei e che la porteranno nel cuore. Di questo oggi non si parla. Quello che interessa agli avvoltoi è solo il fatto di accanirsi su un’altra vita portata via dal nulla che loro stessi hanno creato.